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Biografia di Giorgio Bartoli

Giorgio Bartoli, una biografia affettuosa

 

Una biografia scritta con affetto da mio fratello che, nel corso della vita, ha condiviso con me la stanza e tante passioni. Da ciò la possibilità di raccontare questa storia avendola in fondo vissuta insieme. Certo il racconto è un po' di parte, ma è scritto col cuore...

 

E’ passato ormai parecchio tempo da quando vedevo mio fratello perdere la vista su assurdi esercizi di disegno, e ancora di più, eravamo ancora bambini, da quando lo vedevo disegnare continuamente, senza sosta, con un entusiasmo tale da rendere il suo gioco un divertimento anche per me ed i nostri amici, che ci sentivamo coinvolti come se partecipassimo attivamente.

Non ho l’ambizione nè possiedo le capacità per dire se, ed in che misura, l’assidua frequentazione dello spazio bidimensionale, la cocciuta ostinazione nell’apprendimento delle tecniche e la maturazione umana abbiano forgiato un artista. Posso però tentare di raccontare l’uomo, cercando di trasmettere l’ammirazione per l’aura di faticosa genialità che a mio avviso lo circonda.

Giorgio Bartoli è nato a Roma il 10 dicembre 1964, in una famiglia sana ed allargata ai nonni. Tutto troppo “normale” per un artista, e quindi ecco il primo guaio: dopo due anni esatti, proprio mentre si accingeva a spegnere le candeline sulla torta, nostra mamma è costretta a correre in ospedale: arrivavo io (permettetemi di darmi un ruolo, anche se marginale, in questa vicenda).

Mio fratello è un bambino che mette allegria, condannato da sempre ad attirare involontariamente intorno a sé l’attenzione degli altri, come accade a tutte le persone cui inconsciamente si riconosce qualcosa di particolare. Allegro lui? Non so, il suo modo di porsi davanti alle cose è sin da allora anomalo, fuori della “norma”, difficile da interpretare.

Come accade a molti bambini gli piace disegnare. Lo fa con cura, con un’attenzione che non sa riservare a tutte le attività. Non corre veloce, non è bravo a giocare a pallone, non eccelle a scuola. E’ proprio a scuola, però, che i suoi disegni si fanno notare per la prima volta da occhi meno generosi di quelli dei genitori e dei nonni. Esame di quinta elementare. Prova di disegno. Giorgio realizza il volto di uomo usando un carboncino (come ne avesse scoperto l’esistenza e intuito le possibilità a 10 anni non ve lo so dire). Io non l’ho mai visto, ma sembra che l’effetto fosse inquietante e i nostri genitori vengono convocati dalla scuola perché il disegno risultava troppo particolare per un bambino di quell’età.

Intanto legge, anzi osserva (e lo fa ancora), una quantità enorme di fumetti, e si innamora dei disegni prima ancora che dei personaggi o delle storie. Casa si riempie di giornalini dell’Uomo Ragno, di Capitan America e degli X-men e, mentre io sognavo di dondolarmi tra i grattacieli appeso ad un filo di ragnatela, lui già incominciava a cercare di copiarli.

Cominciano gli anni delle scuole medie e Giorgio scopre, e mi fa scoprire, la musica. Prende lezioni di piano, e allo stesso tempo, da autodidatti, impariamo insieme la chitarra. Questa volta sono deciso a non lasciare a lui il dominio incontrastato, ma il mio impegno non può competere con la sua naturalezza. Studia per tre anni e poi decide di smettere. E’ già troppo capace di divertirsi per continuare a fare esercizi. Gli esercizi non comunicano, lui si. Il suo insegnante prega i nostri genitori di fargli cambiare idea, ma la costanza non è uno dei suoi pregi; come gli accadeva da bambino la fatica continuata e senza compromessi è qualcosa che sa dedicare solo alla matita. Tuttavia il fascino dell’espressività musicale resta potente e lo accompagna tuttora. Abbiamo cominciato suonando insieme e, attraverso tante strade diverse, oggi siamo tornati a farlo.

Si diploma controvoglia in ragioneria e senza convinzione tenta l’università. Dopo un solo anno lascia ed affronta la leva nel corpo dei Carabinieri. Sono questi, come per tutti, gli anni della maturazione, delle amicizie e degli amori disperati per cui si è disposti a tutto, anche ad ascoltare disco-music. Sono anni vuoti, invece, nella sua ricerca espressiva consapevole, eppure anche allora tutto si trasforma in disegno, persino le bravate adolescenziali, e tutto si trasferisce su carta in figure dai tratti a volte quasi involontari, tracciate seguendo distrattamente le lezioni, e a volte realizzate con decisione.

Espletati gli obblighi di leva finalmente torna a casa. I nostri genitori ne percepiscono il disagio e, sebbene come qualsiasi genitore (oramai me compreso) sperassero di vedere il proprio figlio organizzarsi un futuro più solido di quello “dell’artista”, riconoscevano la particolare forma di dipendenza che lega Giorgio alla pittura, e lo sostenevano. Grazie a loro, dunque, mio fratello ha l’opportunità di iniziare per la prima volta ad alimentare il proprio talento in modo attivo. Entra a far parte dell’associazione culturale “Four for Art” e, sotto la guida di Nino Palleschi, apprende le tecniche dell’incisione. E’ quasi una rivelazione. La particolarità della tecnica, la fissità del metallo e la difficoltà di realizzare esattamente quanto già formato nella propria mente costituiscono una sfida eccitante e, per certi versi, senza precedenti. Smette di giocare a disegnare, e questo forse lo impoverisce un poco, ma, d’altro canto, lo aiuta a prendere coscienza del valore di quanto realizza. I suoi lavori cominciano ad essere riconoscibili. Qualcosa è cambiato, e così, mentre io studio sui libri universitari, senza entusiasmo, ma con molti riconoscimenti, lui fatica eccitato sulle lastre di rame, ma senza riconoscimenti. Certo, i lavori sono belli e tutti gli dicono bravo, ma al contrario degli altri non sta lavorando per prepararsi un futuro “normale”, lui in fondo non fa nulla... disegna. Non molla, fatica si impegna e impara.

Eppure soffre anche lui l’impalpabilità del futuro che si sta costruendo, e così cede alla tentazione della “normalità” e trova un lavoro da impiegato. Per lui però il disegno è come una donna che ti spaventa perché ha il potere di cambiarti la vita, ma da cui non riesci ad allontanarti perché, in fondo, vuoi che lo faccia. E così l’esperienza lavorativa termina, pur avendo tentato il compromesso del part-time. Deve provarci, deve almeno provarci davvero prima di gettare la spugna e rinunciare ad esprimere pienamente il suo talento a favore di uno stipendio.

E’ in questo momento che incontra il Maestro francese, trapiantato vicino Roma, Jean Pierre Velly. Questi rimane colpito dai lavori di mio fratello che, sebbene grezzi, mostravano un naturale vigore espressivo degno di essere coltivato. Comincia così una nuova fase nella sua crescita. Giorgio viene, direi quasi in senso medievale, “preso a bottega” dal suo nuovo Maestro che ne cura la formazione. Il Maestro richiede applicazione totale e l’allievo la concede con semplicità. Impara tutto con una meticolosità che non conosceva. Impara la matita, ad iniziare da come temperarla, impara le tecniche dell’incisione, fino al bulino, ed impara a concepire un quadro, prima ancora che a realizzarlo. Studia, non disegna, ma studia disperatamente. Il disegno non è come il pianoforte, la capacità di divertirsi non lo soddisfa; nel disegno è capace di vedere con chiarezza i suoi limiti e non è disposto ad accettarli. Il lavoro di bottega lo affascina così come l’abnegazione, il monachesimo e più ancora il pensiero che sta dietro ed informa la realizzazione di un quadro degno di essere chiamato tale. Cresce sia come artigiano che come uomo, incominciando a sentire sulla propria pelle il significato della vita che si sta costruendo, al di fuori degli stereotipi e delle banalità che a noi non iniziati spiegano il mistero della creazione artistica. Qualche anno dopo Velly muore in un tragico incidente, e lo studio, privato della personalità artistica del Maestro, in poco tempo si dissolve nel nulla.

Ora ci aveva provato, e non avendo ancora la forza di proseguire con le sue sole gambe tenta di nuovo la resa. Rispolvera il diploma di ragioneria, torna allo studio tradizionale e si accredita come consulente del lavoro, ma lentamente ... si spegne. Inizia anche a lavorare, ma il costume che si trova ad indossare non è della sua misura e l’uomo ne soffre troppo. Accusa la necessità fisica di abbandonare i panni posticci del professionista e tornare da quella donna troppo possessiva da cui non riesce a fuggire.

Questa volta è proprio una donna a diventare il suo nuovo Maestro e ad offrirgli una nuova “bottega”. Antonella Cappuccio lo accoglie nel suo studio e ne segue la crescita artistica e personale con puntualità ed attenzione. La vita della bottega lo rigenera e torna ad affascinarlo al punto di arrivare a vivere nello studio stesso. Gli si propone una nuova sfida: il disegno rimane la base, ma ora deve affrontare il mondo infinito del colore. Dalle preziose mani dell’artigiana apprende le tecniche e dal cuore dell’artista apprende la strada per riprendere il cammino interiore interrotto. La richiesta di fondo è la stessa: abnegazione; la risposta è la stessa: totale trasporto. La guida è sicura e capace non solo di insegnare, ma anche di fornire stimoli nuovi e, da parte sua, Giorgio riesce ad assorbire come una spugna. Sotto indicazione della signora Cappuccio, e a conferma della sua onestà, delle sue capacità e della sua dimensione artistica, mio fratello viene spinto ad affinare tecniche specifiche sotto la guida di altri specialisti. Tra tutti spicca la figura di Gianluigi Mattia, che gli insegna disegno architettonico.

Grazie al costante affinamento delle tecniche di base e al confronto dinamico e profondo con la sua Maestra, e gli altri artisti che frequentano lo studio presso cui lavora, la sua naturale capacità espressiva cresce in modo esponenziale fino a portarlo alla possibilità di organizzare le sue prime mostre personali. Il grado di maturazione con cui arriva ad affrontare quest’appuntamento gli permette di costruire esposizioni ricche e coerenti, fatte di tutto quanto fin qui raccontato, di quanto omesso e di tutto il privato della sua anima cui fino ad allora non avevo avuto accesso.

Poi è ripreso il lavoro presso lo studio e il perfezionamento tecnico, ed è iniziato il lavoro di insegnamento, altro tassello importante nella costruzione del bagaglio di esperienze che formano l’uomo e dunque, eventualmente, l’artista.

Oggi mio fratello continua nel suo lavoro con la stessa forza entusiastica degli esordi che lo ha portato ai risultati raggiunti, cercando di vivere la pittura prima ancora di vivere dipingendo. Tenta continuamente di rinnovare la propria forma espressiva, adeguandola al continuo evolversi della sua personalità e all’aumentare delle sue esperienze, allo svolgersi della storia e al rinnovarsi della società e, utilizzando le nuove capacità raggiunte con la costante applicazione, cerca, in un infinito, amorevole lavoro, di renderla sempre più parola, significato... vita.

L’ho premesso non so giudicare un quadro e, come credo chiunque, non so definire con esattezza cosa sia un artista, ricordo però che una persona migliore di me di fronte ad un quadro di Leonardo mi disse che se, guardando quell’opera, non avessi sentito qualcosa che non andava nello stomaco, ero io ad avere problemi, e posso dire che, a meno che il mio stomaco non sia irrimediabilmente rovinato, un certo fastidio mi arriva anche di fronte ai lavori di mio fratello. Questo fa di lui un artista? Di nuovo, non lo so. Credo che la storia di Giorgio sia quella di tutti coloro che hanno avuto la forza, o meglio l’esigenza di dedicarsi completamente ai talenti di cui si sono scoperti dotati, alimentandoli e facendone il centro della propria esistenza, rendendoli vivi e disponibili agli altri. Se in questo c’è l’essenza dell’arte...

 

Adriano